C’è una sala, nel piano seminterrato dell’edificio che ospita l’Accademia di comunicazione.
Non è l’unica, ma è la preferita da tutti, me compreso, perché ci sono le mitiche vending machine: quei carri armati verticali che contengono acqua, biscotti, dolci, patatine, taralli, tramezzini e quant’altro.
Qualche giorno fa, mi era venuta voglia di bere acqua. Di solito riesco a controllare i miei vizi, ma in quel momento era più forte di me; ho dovuto cedere. Sfortunatamente il carro armato non dava cenni di vita e così ho dovuto ripiegare su qualche altro prodotto.
C’è un solo succo di frutta che letteralmente adoro: quello ACE. E, guarda la coincidenza, era l’unico prodotto che la macchina da guerra mi dava disponibile (non che ci fosse solo quello, ma gli altri non avevo la possibilità di sceglierli).
Così, al modico prezzo di 80cent ho potuto bagnarmi leggermente le labbra con ben 25 ghiottissimi cl di succo di frutta Batik. Meraviglioso.
Se non ché, vuoi per deformazione (ancora non) professionale, vuoi per coincidenza, vuoi perché quel grande uomo di nome Franco Santini che ho la fortuna di avere
come docente mi spinge sempre ad essere curioso, vuoi perché non ero interessato dai titoli del quotidiano free press sul tavolo, ho deciso di leggere l’etichetta.
15% arancia
15% succo d’uva
1% carota
1% limone
Ma come, 15% succo d’uva? A me l’uva nemmeno piace!
1) Carissima San Benedetto, se pago 80cent per bere un po’ di arancia, carota e limone diluiti nell’acqua che tu stessa commercializzi, ti prego, mettimici un po’ più di limone e carota.
2) Caro Claudio as Vitzbank, la percezione che hai delle cose che ti circondano (e che mangi, tocchi, vedi, annusi, senti…) può spesso ingannarti. E il succo d’uva non è poi così male.







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